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© foto di Daniele Buffa/Image Sport
Brasile e Argentina, le grandi deluse, pagano le castronerie dei rispettivi selezionatori. Largo al calcio europeo, molto più pratico e solido. Al netto della quarta semifinalista, una sudamericana davvero atipica.
05.07.2010 14:39 di Simone Fornoni articolo letto 3379 volte

Spagna vs Germania, Olanda vs Uruguay. Europa-Sudamerica 3-1: uno score che, arrivati al dunque, funge da sintesi impietosa dei valori espressi dalle big – o supposte tali – ai movimentati e per nulla banali campionati del mondo in Sudafrica. Dove la divina Eupalla, per una volta, s’è imposta agli improvvisati circensi da baraccone. Altro che il futbol bailado dell'Albiceleste, con il vecchio Dieguito imbalsamato in panca dentro improbabili completi e ostaggio di idee - ad essere gentili - strampalate. E ti raccomando le giacche fighette di Dunga, ingenuo come un cucciolo (donde l'apelido) nell'insistere sull'esecrabile Felipe Melo nei momenti topici del Mondiale in verdeoro. Di fronte a due ritrovate superpotenze del calcio europeo come Germania e Olanda, con ovvio substrato germanico ma aperte a massicce iniezioni multietniche, le iperfavorite della vigilia chiamate Argentina e Brasile hanno mestamente ammainato bandiera. Al barrage della verità delle semifinali, dunque, sono giunte ben tre rappresentative del Vecchio Continente. E l’unica esponente della scienza pallonara latina d’oltreoceano, l’Uruguay, tutto sembra fuorché ispirata ai vecchi e sdruciti canoni della fantasia e della gaiezza tradotte su un campo da gioco.

Visto che in caso di debacle gli assenti hanno sempre ragione di default, ai più non sembrerà vero di potersi aggrappare al “ve l’avevo detto”: lasciando a casina i vari Pato, Ronaldinho, Zanetti e Cambiasso, e facendo ammuffire tra i rincalzi gente con le P quadrate come Milito e Samuel, la strada da percorrere verso l’agognata gloria prima o poi riserva qualche inciampo. Troppo poco e troppo scontato, però, per giustificare le quattro pappine rimediate dal Pibe de Oro e dalla sua armata brancaleone: contro l’abete crucco, con Löw avvezzo a cambiare il suo 4-2-3-1 ancor meno dell’espressione facciale sempre uguale a se stessa, il modulo con trequartista oggetto dell’imperdonabile ostinazione del più grande giocatore della Terra (nel secolo scorso) s’è votato inesorabilmente allo schianto fatale. E il presunto fantasista nonché erede del numero 10 più celebre della sfera di cuoio, tale Leo Messi, dopo la Champions ha fallito l’altra prova del nove che la stagione gli riservava. E’ bastato il muro alzato a secco da Khedira e Schweinsteiger per procurare alla Pulce e ai compagni sonore craniate. Davanti a quel satanasso di Podolski, poi, schierare un centralone imberbe come Otamendi sarebbe sembrata pura follia anche a un tecnico di terza categoria affetto da disturbo bipolare.

E che dire del calcio formato samba? Dietro Robinho il nulla. Ovvero, come pretendere di vivacchiare danzando col pallone sulle autostrade verdi pur essendo dotati di una sola freccia, per soprammercato con uno schema copia-incollato dalla Germania e dall’Olanda medesima, avversaria di un quarto che in molti davano per scontato. Risultato? Bel gioco comunque, letteratura a fiumi, zero al quoto. Beccarle in rimonta dall’undici orange meno spettacolare e più spuntato della storia (monumento a Sneijder, please) non dev’essere il massimo, di qui la disperazione a fine gara – infarcita di mea culpa – del Cucciolo, che seduto sulla tolda di comando s’è dimostrato molto più inoffensivo del botolo ringhioso e del leader che soleva essere, ai tempi belli, su quel dannato rettangolo. Ma il vero shock è l’ennesimo reietto del campionato tricolore. Oscar Washington Tabarez, munito di terza linea arcigna, centrocampo essenziale e tridente con il solo Forlan deputato a macinare chilometri e inventare checchessia, pur stentando assai contro l’atletismo straripante del Ghana (unica e ultima speranza del Continente Nero, viva la geopolitica), nelle prime quattro la sua squadra dalla divisa triste è riuscito a portarcela. La sorpresona scucchiaiata sul carrello delle pietanze, esattamente come il rigore decisivo di Abreu. E non è detto che il menù, completato dalle Furie Rosse di Del Bosque, mai così belle e così poco spietate (colpa dell’inconcludente bambinaggine del Nino Torres), non riservi altri coupe de theatre.


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Classifica marcatori
David Villa 5 Spagna
Diego Forlan 5 Uruguay
Thomas Mueller 5 Germania
Wesley Sneijder 5 Olanda
Gonzalo Higuain 4 Argentina
Miroslav Klose 4 Germania
Robert Vittek 4 Slovacchia
Asamoah Gyan 3 Ghana
Landon Donovan 3 Stati Uniti
Luis Fabiano 3 Brasile